I paturéi de Usnagh

 

Pangiald

L’alimentazione della maggior parte degli abitanti di Osnago nella prima metà del secolo scorso aveva come base il mais. Tant’è vero che la pellagra era una piaga sociale anche nel nostro paese (per una esauriente panoramica delle problematiche alimentari degli osnaghesi dall’unità d’Italia fino al dopo guerrra consultare il libro di Daniele Bruschina “Osnago nell’età contemporanea”). Il pane giallo veniva preparato a casa, portato nel primo pomeriggio dal prestinaio e ritirato qualche ora dopo; ho avuto la possibilità di assaggiare il pangialt, e a dire la verità non ne serbo un buon ricordo: sapore acido e consistenza molto dura, oggi praticamente immangiabile. Le descrizioni del maestro Alfredo Ripamonti che seguono ci danno un’idea del tipo di cibo monotono e povero che era presente sul desco dei tanti contadini osnaghesi, un cibo specchio della miseria e della povertà di quel periodo.

Un piatto tipico osnaghese “era il patòo. Consisteva in un misto di latte e di pane giallo, fatto sobbollire per qualche tempo al fuoco. Ne usciva una poltiglia, dicono, molto gradita, la quale, condita con qualche cucchiaio di panna fresca, veniva consumata prevalentemente a colazione. Il pane giallo (pangialt) veniva impastato in casa con acqua, farina di granoturco e farina di segale. Munito poi di un contrassegno veniva portato al fornaio che lo cuoceva. Nel pomeriggio veniva ritirato dalle regiure per essere utilizzato in giornata da tutti i membri della famiglia. Facevano eccezione  i vecchi e i bambini piccoli, ai quali veniva data qualche michetta. Tornando al patòo, sappiate che gli Osnaghesi venivano soprannominati “i paturéi de Usnagh” dagli abitanti dei paesi circonvicini.”

“Altro piatto tipico, ma piuttosto comune qui attorno, era la pumiàa. Lo si preparava come una zuppa: fette di pane giallo, qualche cucchiaiata di grasso di maiale, fuso e conservato in marmitte, e acqua bollita. Un particolare gusto casereccio assumeva il pumiàa condito con panna fresca. ”

“Spesso veniva poi cucinata la puult: latte bollito con poca farina gialla e un pizzico di sale. Inoltre con il latte rappreso (cagiada) si preparavano i formaggini freschi. Si procedeva così: si versava in un asciugamano pulito la cagiada e la si lasciava scolare in un secchio appeso ad un sostegno. Il liquido colato (salon) veniva poi unito al pastone dei maiali o di altri animali domestici. La pasta veniva poi messa in piccoli contenitori (faciroll), per i formaggini di mucca o di capra [...] .”

Maestro Alfredo RipamontiRicordi di Osnago

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