Ricordi di scuola – 2 – Andrea Magni

Ecco un’altra testimonianza di come “funzionava”  la scuola elementare negli anni ’20

Anni '20. Si alza di un piano la scuola elemenatre di Piazza N. Sauro

(Foto tratta da “Un paese: immagini di Osnago nel tempo)

 

 

INTERVISTA AD ALFREDO MAGNI nato il 24/04/1950che racconta ricordi del papà ANDREA MAGNI nato il 18/05/1920

Il materiale scolastico era la cartella, che conteneva l’astuccio, dove c’era la matita nera, una penna con pennino da intingere nell’inchiostro, una gomma per cancellare, carta assorbente per asciugare l’inchiostro e il temperino; il sillabario (il libro), quaderni a righe e a quadretti. Il diario non si usava, i compiti si scrivevano sul quaderno oppure si ricordavano a memoria. Gli avvisi venivano fatti scrivere sul quaderno o venivano dati a voce. L’aula aveva i banchi di legno e il sedile attaccato assieme ai banchi.

C’erano due alunni per ogni banco e la cattedra era più grossa di quella di oggi e più alta ed era messa sopra a una pedana. La lavagna era di legno e piuttosto grande.Le materie erano italiano, storia, geografia, aritmetica, religione, cultura fascista, ginnastica, disegno e geometria. Non c’era informatica.

La ginnastica si faceva vestiti come si era, con scarpe normali e alcuni avevano gli zoccoli. Il grembiule era nero sia per i maschi sia per le femmine.Le persone che non facevano giudizio venivano messe dietro la lavagna o mandate fuori dall’aula. In qualche caso le maestre usavano la bacchetta e picchiavano i bambini.

Sulla pagella non si mettevano i voti, ma i giudizi. Si andava tutti i giorni tranne domenica e giovedì.Il preside allora veniva chiamato direttore didattico e stava a Merate, ogni tanto però veniva anche ad Osnago.

Una volta c’erano più feste di quelle che adesso abbiamo noi, si festeggiava anche il 4 ottobre (S.Francesco D’Assisi), l’11 febbraio (patti Lateranensi), 21 aprile (Natali di Roma).Non si festeggiava il 25 aprile (perché non c’era ancora stata la liberazione), l’1 maggio (non era gradita al Regime fascista) e il 2 giugno (perché non c’era ancora la Repubblica).

Le gite si facevano solo in paese a piedi.Il medico non veniva a scuola, le visite si facevano fuori da scuola. La scuola iniziava l’1 ottobre e finiva il 10 giugno.I bidelli erano gente del paese, pulivano e riempivano i calamai d’inchiostro.

Ogni tanto in classe veniva il direttore o l’ispettore a vedere la classe e a parlare con la maestra o con i bambini.Qualche volta veniva anche il sindaco o il parroco.A scuola si giocava a rincorrersi o a rimpiattino (nascondino). L’intervallo lo decidevano le maestre e in genere si stava in classe. La mensa non c’era. Si andava a casa per il pranzo e si rientrava dopo. Lo scuolabus non c’era e si veniva a scuola a piedi. Le strade non erano asfaltate. La scuola si trovava nell’attuale Piazza Nazario Sauro.

Mio padre mi raccontava che andare a scuola allora non era così come oggi: l’istruzione non era ritenuta importante perché si pensava che fosse più necessario lavorare nei campi.Se non si lavorava non si poteva mangiare e siccome i figli erano numerosi si aspettava solo che anche loro dessero al più presto una mano nelle attività agricole.Per questo, mi diceva che quando andava a scuola non poteva eseguire i compiti a casa, perché terminate le lezioni doveva aiutare la sua famiglia nelle mansioni agricole, così, il giorno dopo spesso la maestra per punirlo gli picchiava la bacchetta sulle mani.

Un’altra punizione consisteva nel mettere i bambini dietro la lavagna inginocchiati sul pavimento sopra il quale erano stati sparsi dei “ceci” che procuravano dolore alle ginocchia.Mio padre diceva che questo non era giusto, ma lui era solo un bambino e non poteva protestare né con la maestra, né con i suoi genitori perché “l’autorità” delle maestre allora non veniva messa in discussione.Se a casa si permetteva di lamentarsi, i suoi genitori lo rimproveravano e magari riceveva qualche “scappellotto”.

Durante gli anni di scuola, mio padre è stato bocciato per ben due volte e per esattezza in prima e in seconda elementare. In effetti anche in età adulta non sapeva scrivere e parlare bene l’italiano: il suo era più che altro un “dialetto italianizzato”. In quinta elementare doveva essere di nuovo bocciato per la terza volta, ma fortunatamente non lo è stato perché in quel periodo dovevano imbiancare le scuole e quindi non potevano svolgere gli esami di riparazione.

Questo fatto lo ricordava con un po’ di vergogna ma anche con gioia, perché gli aveva permesso di ricevere la promozione.

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