Ricordi di scuola – 23 – Fabrizio Mavero

Osnago: V elementare - Anno 1962

E’ la volta di questa bella e lunga testimonianza, una delle ultime del documento presentato nel Consiglio Comunale dei Ragazzi il 28 Maggio 2011, raccolta dai bambini delle scuole elementari

FABRIZIO MAVERO nato ad Osnago il 15/7/1939

I miei ricordi si riferiscono agli anni 1945-1950 allorché frequentavo le Scuole elementari di Osnago che erano situate in due palazzi assai moderni per quel tempo: uno si affacciava sulla piazzetta Nazario Sauro (l’attuale casa per persone anziane), l’altro sulla piazza Dante (l’attuale biblioteca). Quest’ ultimo palazzo al piano terreno ospitava anche gli uffici del municipio poiché l’attuale palazzo comunale era la sede ricreativa per gli uomini del paese (prima si chiamava O.N.D. Opera Nazionale Dopolavoro, in seguito casa del popolo; venne poi chiamato familiarmente “il Circolone” ed aveva anche un ampio spazio dedicato al gioco delle bocce (ove è l’attuale parcheggio). L’altro palazzo attiguo attuale, con il Bar al piano terra e la Sala consigliare sopra, non esisteva.

Ho detto che erano palazzi moderni poiché avevano già il riscaldamento centralizzato con la caldaia a legna o a carbone che riscaldava l’acqua dei caloriferi. Tuttavia capitava spesso che le insegnanti ci avvisassero di portare per l’indomani un coccio di legno ciascuno perché il comune aveva finito la scorta e quindi, altrimenti, saremmo rimasti al freddo. Ricordo anche un periodo in cui funzionava in ogni classe solo una piccola stufa di cotto color rosso, sempre a legna, che non riusciva a scaldare l’intera classe per questo noi bambini, con le mani intirizzite dal freddo, non riuscivamo a scrivere e ci alternavamo, col permesso dell’insegnante, a scaldarci da vicino presso la stufa.

Ciò che invece ci appariva orribile erano i servizi ovvero, come si chiamavano allora, le latrine. Era uno sgabuzzino stretto e maleodorante dotato esclusivamente di una “turca” ovvero di un sanitario composto di due pedane e un buco nel pavimento. C’era però già l’acqua corrente, lo sciacquone, che invece nelle cascine o nelle case di ringhiera dove abitavano la maggior parte dei bambini non esisteva ancora.

La bidella aveva il compito di disinfettare quel luogo ogni giorno con il lisoformio cosicché il miscuglio fra gli effluvi naturali e chimici invadeva gli ultimi bachi in prossimità dei servizi che tutti cercavano di evitare.

Il luogo era talmente orribile che veniva usato come punizione per i più indisciplinati. Mi ricordo un compagno di scuola veramente ingovernabile per il quale la punizione abituale, ovvero il castigo di stare dietro la lavagna, non poteva essere utilizzato poiché egli ne approfittava per dare spettacolo, sbirciando da una parte e dall’altra, distraendo l’intera classe. La maestra un giorno pensò di risolvere la questione chiudendolo appunto nello spazio del gabinetto. Ma dopo una decina di minuti si sentì bussare alla porta principale della classe; la maestra diede il permesso di entrare, la porta si aprì e apparve sorridente il nostro compagno, lasciando tutti esterrefatti. Anche la maestra non riusciva a darsi spiegazioni. Fu lo stesso bambino a confessare candidamente che aveva aperto la finestra del bagno, si era aggrappato al canale esterno dell’acqua piovana ed era sceso così dal terzo piano fino a terra. Scampato il pericolo la maestra non adotto più quel metodo.

Le classi erano cinque come oggi, essendo già terminato il tempo in cui si poteva frequentare la scuola fino alla terza elementare. Può sembrare strano che dei genitori impedissero ai propri figli di completare le cinque classi ma occorre tener presenti che i bambini già verso gli 8-9 anni, erano utilissimi in casa per curare i fratellini più piccoli, per piccoli servizi (curare il fuoco del camino-mescolare la polenta-far pascolare le pecore) o addirittura per aiutare nei lavori nei campi.

Le classi erano rigidamente separate, maschili o femminili, ed avevano 30/35 allievi ciascuna. Era d’obbligo il grembiulino nero con il colletto bianco per i maschi e il grembiulino bianco per le femmine. Solo nella quinta classe ricordo che mi era permesso portare un giubbetto nero senza colletto, in luogo del grembiule.

Gli allievi della prima classe venivano obbligati per almeno un trimestre a tracciare sul quaderno aste, punti e piccoli cerchi poi si passava a scrivere, per un altro trimestre, le singole lettere dell’alfabeto. Finalmente nel terzo trimestre si iniziava a scrivere qualche parola intera e a comporre qualche “pensierino”, ovvero delle frasi con un loro senso.

Fra le letture delle classi successive predominava quella del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis che era ritenuto un insegnamento positivo di tutti i buoni comportamenti che un giovane deve apprendere. Così come anche il libro “Pinocchio” di Carlo Collodi con le medesime buone intenzioni.

Le cartelle di allora erano molto semplici ed erano fatte dei materiali più disparati (stoffa, lana a maglia, cartone, legno) poiché erano pochissimi coloro che potevano permettersi una cartella in pelle di scarto o in qualche altro materiale pregiato. Del resto non dovevano portare molto materiale: i libri erano solo tre, il sillabario, il libro dei conti e il libro di lettura; i quaderni erano due, uno a righe ed uno a quadretti, con la loro carta assorbente per asciugare le scritture ad inchiostro; gli astucci erano semplici oggetti di legno o di panno dove erano contenuti una matita, una penna (ovvero la cannuccia portapennini) con qualche pennino di scorta, una gomma metà per matita e metà per inchiostro. Non esistevano ovviamente le penne stilografiche e, men che meno, le penne a sfera ovvero le “biro”. Non tutti disponevano di piccole confezioni di pastelli a colori che, peraltro, non mi ricordo venissero molto utilizzati.

Ne consegue che i banchi (molto massicci, di color nero, in un unico pezzo comprendente il sedile e il piano di scrittura, a posti accoppiati) dovevano essere dotati di calamai per l’inchiostro. Questi erano inseriti direttamente nel legno del banco ove potevamo attingere con le nostre penne. Ma l’inchiostro era la vera disperazione per tutti. Nello scrivere, i pennini, impuntandosi sulla carta, facevano sovente delle macchie, cui si rimediava con la gomma da penna che, di norma, peggiorava ulteriormente la situazione. L’inchiostro poi, se non lo si usava con attenzione, scendeva dal portapenne sulle nostre dita, le quali portavano le macchie dappertutto, sulla faccia, sui vestiti, sui quaderni. Per non parlare di quando un nostro compagno, sicuramente il più scavezzacollo, versò un calamaio intero di inchiostro sulla schiena del vicino di banco.

Gli insegnanti erano quasi esclusivamente di sesso femminile. “Signorina maestra” era il nostro continuo richiamo per ogni necessità non scolastica. Infatti pur essendo molte di esse già avanti con l’età erano quasi tutte nubili come se la funzione di maestra (che allora era quasi quella di una seconda madre) avesse loro impedito di avere una propria famiglia. Una cosa è certa: l’affetto di noi bambini per queste insegnanti è rimasto intatto per anni sino alla nostra età adulta.

Questo nonostante la rigidità dell’educazione che prevedeva, quando si oltrepassava il limite della pazienza, anche qualche scappellotto. Sembrerà strano ma i bambini non se ne facevano un eccessivo problema poiché, a casa propria, gli scappellotti erano la norma. I genitori poi non avevano nulla in contrario se le maestre si occupavano di educare i loro figli con gli stessi sbrigativi mezzi.

Uno dei pochi maestri maschi si era addirittura fatto portare da un allievo una canna di bambù molto lunga (tre o quattro metri) che gli serviva per dare, dalla cattedra, un lieve tocco sulla testa ai bambini degli ultimi banchi che avevano sovente il vizio di addormentarsi durante le lezioni. Il risveglio era assicurato senza doversi sgolare con i richiami.

L’anno scolastico iniziava il 15 settembre o anche il 1° ottobre) e terminava il 15 giugno. La settimana di studio era distribuita su cinque giorni, da lunedì a sabato, con giovedì di vacanza. L’orario era dalle 8: 30 alle 12: 00 e dalle 13: 30 alle 15: 30.

Non c’era ovviamente alcun servizio mensa. Tutti tornavano nell’intervallo alle proprie case, ma i bambini delle frazioni più lontane (la cascina Trecate) non sarebbero riusciti a percorrere in andata e ritorno i due chilometri che la separavano dal paese. Nell’intervallo si dovevano fermare sulla piazza, con il bello e il cattivo tempo, mangiando un panino che si erano portati da casa. Quando pioveva o nevicava non potevano far altro che ripararsi sotto le gronde dei caseggiati.

Non se ne parlava ovviamente nemmeno di “scuolabus” (pochissime erano le auto in circolazione). C’erano piuttosto dei “piedibus” spontanei, nel senso che dalle varie cascine i bambini partivano tutti assieme senza che nessuno li organizzasse o li accompagnasse. Ovviamente non c’erano i rischi di oggi. Non ricordo che si fossero verificati incidenti o smarrimenti in questi trasferimenti senza il controllo di persone adulte.

I luoghi della ricreazione erano la Piazza Dante e il viale delle Rimembranze che porta al monumento. Qui non c’era alcun pericolo; non circolava nessuna auto, al massimo qualche carretto trainato da cavalli o asini. Prima dell’inizio delle lezioni e nel breve intervallo delle 10: 30 la piazza era un immenso campo giochi quasi impenetrabile poiché gli allievi delle elementari erano già allora più di trecento. Del tutto sconosciuta era l’abitudine da parte dei genitori di recarsi a ritirare i bambini al termine della scuola.

Non si usavano le gite organizzate con autobus in luoghi lontani ma frequenti erano le passeggiate lungo i sentieri e nei boschi che circondano il nostro paese.

I voti di rendimento nelle varie materie sulle pagelle dei tre trimestri erano numerici: si andava dal 3 (raramente meno) al 10, compreso il voto in “condotta” che era considerato il più importante. Le bocciature con ripetizione della classe erano frequentissime. Era una selezione ferrea che consentiva solo ai migliori di poter proseguire gli studi con i tre di anni di “scuole commerciali o professionali” oppure di “scuole medie” (di impronta più umanistica). Chi aveva subito una ripetizione, non poteva aspirare alla prosecuzione degli studi ed entrava direttamente nel mondo del lavoro come garzone in qualche negozio o apprendista in qualche fabbrica, oppure diventava subito un provetto contadino. Naturalmente le scuole oltre le elementari non esistevano a Osnago. Nel mio caso frequentai le “scuole medie” a Monza: questo significa che, ad undici anni, prendevo regolarmente il treno tutte le mattine in piena autonomia, tornando poi nel pomeriggio.

Termino con questa osservazione: quando si parla degli anni della gioventù si è portati a ricordarli sempre come se fossero tempi migliori degli attuali. Ma, per quanto riguarda i servizi scolastici, se si confrontano quelli di allora con quelli di oggi non è proprio il caso di abbandonarsi alle nostalgie. Teniamoci ben stretti i servizi di oggi, senza tuttavia dimenticare che allora come oggi sono le capacità umane e professionali degli insegnanti e la voglia di imparare degli allievi a fare la differenza.

 

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