Osnago e i poeti

 

E’ uscito nel 1980 “La Brianza dei Poeti” di Giampaolo Dossena (1930-2009), giornalista e uno dei massimi esperti di giochi. Il contenuto del libro, dopo una breve premessa che contiene anche una storia della “nascita” della Brianza, è suddiviso per paese. Come ci ha abituato Dossena (vedi la più citata e nota Storia confidenziale della letteratura italiana) lo scritto è altamente godibile e pieno di rimandi ipertestuali (ante-litteram).

Alcune di queste pagine sono dedicate ad Osnago. Scopriamo quali sono i poeti legati in qualche modo al nostro paese. Uno è Gian Carlo Passeroni , l’altro il più famoso Ugo Foscolo.

Gian Carlo Passeroni

Gian Carlo Passeroni (1713-1803) nacque da famiglia di condizioni modeste, fu mandato a Milano a studiare dove divenne fu ordinato sacerdote. Si fece fama da erudito e venne chiamato dalla famiglia dei marchesi Lucini a fare da istitutore al marchesino Cesare Alberico. Fu per questa frequentazione che Passeroni passò molto tempo in Osnago.L’opera principale che compose fu “Il Cicerone”, poema diviso in tre parti, che, col pretesto di una biografia del grande poeta latino, si spinge in lunghissime disgressioni, soprattutto satiriche, ironiche e fustiganti il malcostume settecentesco.

Nell’opera, in una terzina, è nominato Osnago:

 

Dal Cicerone di Passeroni pag.327

pag.328

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da “La Brianza dei Poeti” di G. Dossena pagg. 159-161:

Nella villa Crippa di Osnago veniva il Passeroni (1713-1803) e qui scrisse gran parte dei centoundici canti del suo Cicerone, che piacque al Rousseau, diede forse l’idea-chiave allo Sterne, e si consulta da noi solo più come “fonte” del Parini (il Passeroni fu grande amico del Parini, fu lui che fece ammettere il Parini all’Accademia dei Trasformati).

Il Cicerone sembrerebbe rispondere, con occhi di oggi, alle più sottili esigenze dei neoretorici. Perché è vero quel che disse il Baretti : “Pochissimo di Marco Tulio si parla in questi canti, anzi in alcuni non si nomina neppure, o si va qua e là promettendo di nominarlo tosto, e di parlarne a dilungo, comeché era sotto un pretesto buono, ed ora sotto un altro migliore, non si mantenga poi la promessa; e così tutta l’opera … non è altro che un bizzarro tessuto di digressioni che non hanno a che fare col titolo, e che per la maggior parte satireggiano, o criticano, o corbellano ogni sorta di gente dappoco, ridicola e viziosa”. Opera spampanata, impasticciata, “di statura grande e mal composta”, come dice il Missaglia del Pellicone. Conglomerato polimaterico, non-libro, quintessenza della brianzolitudine.

Tra i versi che scrisse il Passeroni in lode della Brianza, ricorderemo queste due terzine; uno dei tanti faticosi conati, attraverso il secolo, per arrivare poi finalmente, con il Manzoni, alla semplicità distillata di “quel cielo di Lombardia, così bello, così limpido, così in pace …”.

 

Ma quel che più mi piace nello Insubre

terreno, che s’accosta alla montagna,

è quel cielo di zaffiro, e sì salubre;

è quell’aria, che sana ogni magagna,

che non avendo in sé nulla di crasso

torpido non mi rende e non mi bagna.

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