Osnago e i poeti – 3 e ultima puntata

 

Antonietta Fagnani Arese in un'incisione di Giovanni Boggi

Antonietta Fagnani Arese in un'incisione di Giovanni Boggi

 

Concludiamo con questo post il racconto della storia d’amore di Ugo Foscolo e Antonietta Fagnani Arese, che ha visto come cornice anche il paese di Osnago

 

Gianpaolo DossenaLa Brianza dei poeti” pagg. 161-163 :

“Mentre il poeta scriveva così, stava forse preparando il suicidio d’Jacopo Ortis; ma ad ammazzarsi per sé non ci pensava. Magari avesse potuto ammazzare qualchedun altro!

La signora aveva un nuvolo di amanti, che tutti davano noia al poeta, fra gli altri il cognato Francesco Arese, un Celentani, che Ugo avrebbe volentieri sbranato vivo, ed un cantante, Angelo Petracchi, contro il quale erano specialmente rivolte le furie gelose del Foscolo. Nel novembre 1801 egli scriveva all’Antonietta: “ I miei proponimenti sono inviolabili. Non vi vedrò più; sarete l’ultima donna che avrà amato; e vi resterò eternamente amico. Petracchi morirà, o calpesterà la mia sepoltura. Queste risoluzioni le sapete dalle mie lettere di ieri, e ne sapete diffusamente le ragioni. Addio, addio”.Il Petracchi non morì, né calpestò la sepoltura del Foscolo; e la relazione fra Ugo e la contessa si trascinò ancora innanzi per oltre un anno in condizioni che divenivano di giorno in giorno più penose.

 

Finalmente il poeta, stanco delle umiliazioni che quella donna gli faceva patire, e vedendo che le minacce di lasciarla e di ammazzarsi non facevano effetto, mutò registro; parlò più da uomo offeso che da innamorato, e mostrò che l’amante poteva diventare un nemico. Una volta ch’ella gli offrì dei denari perché andasse a fare una cura di bagni (forse voleva allontanarlo), ei le rispose : “ Accetterei i soccorsi di un’amante se non mi avesse due volte provato che può abbandonarmi, e farmi pagare caro il suo amore, e amarissimi più che la morte i suoi beneficj. Tu mi hai sacrificato una volta all’infame Petracchi, o almeno in faccia al mondo mi hai trattato con pari sentenza: tu un’altra volta, dopo avermi tradito il giorno innanzi, mi hai cacciato come un assalitore, mi hai confessato di non amarmi più”.Un uomo d’ingegno, che scrisse così ad una donna, e non ha il coraggio di staccarsi da lei, fa compassione. Ma il coraggio non tardò a venire; e non molto dopo, nel marzo del 1803, il poeta scrisse alla bella: “Buona fortuna e migliore fama. Godo di avervi abbandonata a tempo. Abbiamo risparmiato scene sanguinose. Ma pare che voi vogliate provocarle. Siate più civile in pubblico con me. Rispetto i vostri capricci e li compiango; rispettate voi in me l’uomo che avete amato ardentemente, e compiangete colui che forse avete fatto infelice. Ma non mi rendiate favola in Milano, perché io saprò rendervi favola nel mondo”.”(Giuseppe Chiarini, La vita di Ugo Foscolo, 1910)

 

Non risulta che queste oscure minacce abbiano avuto seguito; erano gli anni in cui il Foscolo scriveva l’Orazione a Buonaparte per i comizi di Lione (pubblicata nel gennaio 1802) e stava finendo l’Ortis ( il “secondo” Ortis, pubblicato nell’ottobre 1802). Con le Fagnani ebbe a che fare solo qualche anno più tardi quando tradusse lo Sterne; e lasciò generosamente che l ‘Antonietta passasse alla Storia come la sua “amica risanata”:

Sorgon così tue dive
Membra dall’egro talamo,
E in te bèltà rivive,
L’aurea beltate ond’ebbero
Ristoro unico a’ mali
Le nate a vaneggiar menti mortali.

Fiorir sul caro viso
Veggo la rosa, tornano
I grandi occhi al sorriso
Insidiando; e vegliano
Per te in novelli pianti
Trepide madri, e sospettose amanti.

Le Ore che dianzi meste
Ministre eran de’ farmachi,
Oggi l’indica veste
E i monili cui gemmano
Effigiati Dei
Inelito studio di scalpelli achei,

E i candidi coturni
E gli amuleti recano,
Onde a’ cori notturni
Te, Dea, mirando obliano
I garzoni le danze,
Te principio d’affanni e di speranze:

0 quando l’arpa adorni
E co’ novelli numeri
E co’ molli contorni
Delle forme che facile
Bisso seconda, e intanto
Fra il basso sospirar vola il tuo canto

Più periglioso; o quando
Balli disegni, e l’agile
Corpo all’aure fidando,
Ignoti vezzi sfuggono
Dai manti, e dal negletto
Velo scomposto sul sommosso petto.

All’agitarti, lente
Cascan le trecce, nitide
Per ambrosia recente,
Mal fide all’aureo pettine
E alla rosea ghirlanda
Che or con l’alma salute April ti manda.

Così ancelle d’Amore
A te d’intorno volano
Invidiate l’Ore.
Meste le Grazie mirino
Chi la beltà fugace
Ti membra, e il giorno dell’eterna pace.”

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